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Massimo Gatti

Lo chiamavano Gattiveria

Da piccolo lo chiamavamo "Gattiveria", e mai soprannome fu più meritato.

Un passato da imprenditore d'assalto e un futuro da artista, Massimo Gatti oggi è un noto merchant banker, che passa la maggior parte del suo tempo in giro per il mondo.

La sua specialità è acquistare aziende sulla scia del declino, le ristruttura per venderle poi al miglior prezzo, così come ha fatto con la Best Company.

Anche se la maggior parte delle sue attività sono centralizzate a Boston e riguardano soprattutto il settore alimentare e quello immobiliare, dopo la parentesi moda Best Company, nel 2005 l’imprenditore romano ritorna in Italia concentrando i propri interessi nella Orwell.

Così dopo alcuni interventi di rilancio, ristrutturando la rete commerciale, affidando alla sua amica Fiona Swarovski l’incarico di disegnare una linea di pret à porter di lusso fatta di cachemire e cristalli e chiamando l’ex stilista della Best Company Olmes Carretti ad ideare la linea Orwell uomo.

Rimanendo nel territorio del Bel Paese, Gatti individua Mariella Burani come partner, un’azienda ancora a gestione familiare ma con dimensioni significative che, affiancando la Orwell, arricchisce il proprio già fitto carnet di marchi che comprende tra i tanti Mila Schon, Thierry Mugler, Braccialini, Baldini e Biasia.

Un lavoro non semplice, ma soprattutto  un lavoro che lascia molto poco tempo libero.

Ed è qui che Massimo Gatti sorprende, perché lui, nonostante il ridotto tempo a disposizione, dà comunque largo respiro alle sue passioni, facendole diventare una priorità, come è avvenuto per la fotografia.

Questa sua passione ha assunto nel tempo sempre più spazio nella vita del Gatti tanto che oggi l’imprenditore romano può essere definito anche l’artista romano: un fotografo di razza e per vocazione.

Nonostante il suo lavoro lo spingesse a vagabondare tra un continente e l’altro, Gatti partecipa alla Biennale di Venezia  - Wind Shapes, alle mostre milanesi; è stato invitato come Guest Artist alla Miami Photo Art Fair, una delle più prestigiose rassegne internazionale.

Il suo estro lo spinge poi a redigere per la prima volta un libro di scatti: momenti catturati con fotocamere usa e getta ma anche con  macchine digitali economiche, foto che ritraggono momenti di vita dell’autore, come viaggi esotici ed anche semplici momenti di vita cittadina, accostando con sensibilità e garbo scene che ritraggono contenuti sociali e umani a momenti di vita esclusiva.

Tracce di presenza umana, questo il titolo del volume uscito nel 2005 che si apre con un reportage sul Brasile e sulle favelas di Rio; continua poi con un breve fotoromanzo illustrato da scatti costruiti in una vetrina milanese e interpretati dai testi del giallista Andrea G. Pinketts. Il libro termina con scatti che riportano località differenti, soprattutto scene legate al mare ed ai suoi personaggi e frammenti di reportage urbano a Milano.

Mettendo a fuoco, concentrando il suo sguardo fino all’intensità della commozione, vedendo oltre il previsto, Gatti intercetta i fantasmi degli artisti che hanno privilegiato gli ultimi, i derelitti, i disperati”, questa la critica mossa da Vittorio Sgarbi che viene appoggiata da Antonio Calabrò, il quale ritiene che le foto di Gatti siano un narrato di umanità, di vita, di sogni, di ansie e di illusioni,  il senso della voce che rompe la solitudine, suggerita da immagini inquiete che sanno di Edward Hopper.

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